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Gianfranco Manfredi PDF Stampa E-mail
GIANFRANCO MANFREDI

-rilasciata a Diego Protani in occasione del concerto  tributo a  Ceccano nel mese di febbraio 2009

Pierangelo l'ho incontrato al Club Tenco. Solo quella volta lì. Dunque non posso dire di averlo conosciuto. Ricordo che stavamo tutti attorno un tavolo di un ristorante all'aperto. Eravamo in parecchi e da qualsiasi parte ti giravi vedevi un cantautore. Lui non parlava molto. Credo non gli andasse di fare lo spiritoso o di mettersi al centro dell'attenzione. Tanto lo si notava lo stesso. E neanche sembrava timido. Campeggiava sugli altri, se posso dire così, perchè nel gruppo prevalevano i magrolini e le facce da studenti, mentre lui era forte, possente. Non esibiva il suo credo politico, né aveva bisogno di fare dell'ideologia sui "compagni dai campi e dalle officine" perchè chi lo è, un compagno, non ha bisogno di dirlo, e chi appartiene al popolo non ha bisogno di rivendicarlo. La stessa forza era nella sua voce, nella sua sicurezza sul palco. Sì, quel suo "eppure il vento soffia ancora" poteva sembrare enfatico, almeno a me che preferivo l'ironia ai manifesti,  ma quando lo si sentiva e vedeva interpretarlo dal vivo, quel pezzo, allora si capiva che faceva parte di lui. Non aveva alcun bisogno di introdurlo con lunghe spiegazioni, nè di forzarne i toni. Quando cantava non celebrava, nè sognava aeree utopie per il domani. Cantava con naturale fermezza, senza alcuna concessione alle piccole furbizie da palcoscenico, senza cercare complicità. Non forzava il timbro, non voleva fare il nero-bianco anche se si capiva che la musica nera gli piaceva molto. Non aveva modelli di riferimento, era semplicemente se stesso, ma al contempo riusciva ad essere la voce di tanti. Senza fronzoli. E in un'epoca in cui la spettacolarizzazione ci condizionava tutti, il suo rigore insegnava che quando si hanno radici profonde, non c'è alcun bisogno di agitare le fronde.

 
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